Midterm Usa, il Congresso passa ai democratici. Trump scarica la sconfitta sui candidati e si prepara a diventare «Mr Veto»
Donald Trump perde il controllo del Congresso e si prepara ad affrontare la seconda metà del mandato con un'opposizione democratica in grado di condizionare, se non bloccare, la sua agenda politica ed economica. Le elezioni di Midterm consegnano infatti ai democratici una vittoria su entrambi i fronti parlamentari, con il superamento della soglia dei 51 seggi al Senato e dei 218 alla Camera. Una svolta che cambia gli equilibri di Washington e apre una nuova fase della presidenza Trump, ma soprattutto anticipa la partita per la successione alla Casa Bianca nel 2028.
La dimensione della sconfitta repubblicana emerge soprattutto dalla geografia del voto. I democratici hanno conquistato cinque seggi precedentemente controllati dai repubblicani in Iowa, Kansas, Ohio, North Carolina, South Carolina e Texas, con quest'ultimo risultato particolarmente significativo per il valore simbolico di uno Stato che da decenni rappresenta una delle principali roccaforti conservatrici.
In diversi casi i candidati repubblicani erano stati scelti personalmente da Trump, nonostante le perplessità espresse da alcuni esponenti dello stesso Partito repubblicano sulla loro capacità di conquistare gli elettori moderati. Il voto si è trasformato così anche in un referendum sulla presidenza. Secondo gli exit poll di Nbc News, il 43% degli elettori ha dichiarato di avere votato anche per manifestare la propria opposizione a Trump.
Ancora più significativo il dato relativo al controllo istituzionale: il 71% degli intervistati, compreso il 41% degli elettori repubblicani, ritiene che il Congresso non eserciti una supervisione sufficiente sull'attività del presidente. Corruzione, costo della vita, immigrazione e guerra in Iran hanno contribuito a determinare il risultato. Ma il messaggio politico è più ampio: una parte consistente dell'elettorato americano chiede un riequilibrio dei poteri e una maggior capacità del Congresso di controllare l'esecutivo.
Per il tycoon si apre, quindi, una stagione particolarmente complicata. La maggioranza democratica nelle due Camere potrà promuovere audizioni, avviare indagini parlamentari, chiedere documenti e sottoporre l'amministrazione a un controllo molto più stringente rispetto a quello garantito finora da un Congresso a maggioranza repubblicana.
Anche la capacità del presidente di far approvare i propri provvedimenti legislativi risulterà inevitabilmente ridimensionata. La seconda parte del mandato rischia così di trasformarsi in un confronto permanente tra Casa Bianca e Congresso, con conseguenze sulla politica fiscale, sulla regolamentazione economica e sulle scelte strategiche degli Stati Uniti.
A guidare la nuova maggioranza alla Camera sarà Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica, destinato a diventare il primo presidente afroamericano: «Daremo vita a un Congresso che mette al primo posto i cittadini comuni», ha detto a caldo. Jeffries dovrà ottenere 218 voti per conquistare formalmente lo Speaker's gavel, il martelletto che simboleggia il controllo dell'assemblea e che lo collocherà al secondo posto nella linea di successione presidenziale.
Trump scarica la sconfitta sui candidati e si prepara a diventare «Mr Veto»
Dopo la conquista del Congresso da parte dei democratici, il presidente americano ha rivendicato il proprio consenso personale e preso le distanze dal risultato repubblicano: «Non ero sulla scheda elettorale e, se lo fossi stato, avremmo vinto in modo schiacciante», ha dichiarato su Truth Social.
Una presa di posizione che contiene anche un elemento di contraddizione. Nelle settimane precedenti al voto, Trump aveva infatti chiesto agli elettori di comportarsi come se il suo nome fosse comparso direttamente sulla scheda elettorale, trasformando le Midterm in una sorta di referendum sulla propria presidenza. Dopo la sconfitta, ha invece utilizzato proprio la sua assenza dalle schede per spiegare il risultato negativo del suo partito.
La strategia comunicativa è quella di circoscrivere il costo politico della sconfitta, attribuendone le responsabilità ai candidati e alle circostanze locali, senza mettere in discussione la propria leadership. In un altro messaggio ha annunciato che diventerà un «commentatore politico», promettendo di analizzare le ragioni per cui i candidati repubblicani hanno vinto o perso.
Poi ha individuato responsabilità individuali. In particolare, ha attaccato il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, sostenendo che non avrebbe perso la propria corsa elettorale se negli ultimi sei mesi non si fosse trasformato in un «RINO», acronimo di Republican In Name Only, utilizzato nell'ambiente conservatore per indicare un esponente considerato troppo moderato o non sufficientemente allineato alla linea del movimento Maga.
Trump ha però mostrato di voler evitare una rottura con il nuovo Congresso democratico. In un'intervista al New York Times ha dichiarato di essere «assolutamente disposto ad accettare questi risultati», aggiungendo che la Casa Bianca lavorerà con i dem e che le due parti potrebbero trovare un accordo.
Una disponibilità ribadita anche in un'intervista telefonica a Fox News, nella quale il presidente ha affermato di poter collaborare con l'opposizione su diversi dossier: «Posso lavorare con i democratici su molte cose», ha detto, lasciando aperta la possibilità di intese legislative nella seconda parte del mandato.
Il messaggio conciliatorio convive, tuttavia, con una minaccia molto più netta. Prima ancora dell'Election Day, Trump aveva anticipato che, in caso di vittoria democratica, sarebbe diventato «Mister Veto». Una promessa che ha ripreso attraverso un'immagine pubblicata su Truth Social: un cappellino rosso in stile Maga, ma con la scritta «VETO» al posto del tradizionale slogan «Make America Great Again».
Il simbolo sintetizza la nuova strategia della Casa Bianca. Se i democratici dovessero approvare provvedimenti non graditi all'amministrazione, il presidente è pronto a utilizzare il potere di veto per bloccarli. In un'intervista a Politico aveva già escluso di voler trascorrere gli ultimi due anni del mandato limitandosi a respingere le iniziative dell'opposizione. La sua previsione è che, dopo una prima fase di scontro, i democratici saranno costretti a negoziare.
Il meccanismo istituzionale americano, del resto, rende possibile una simile contrapposizione: il presidente può porre il veto sulle leggi approvate dal Congresso, mentre per superarlo Camera e Senato devono raggiungere una maggioranza dei due terzi. Con entrambe le Camere in mano democratica, Trump si troverà quindi davanti a un interlocutore parlamentare molto più autonomo, ma conserverà strumenti significativi per condizionare il processo legislativo.

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